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I progetti

La pietra naturale, materia prima del progresso dell’umanità, rappresenta la più ampia fonte storica di cultura e tradizione.

In Lombardia la coltivazione e la lavorazione delle pietre sono state tramandate fino ai giorni nostri formando un’ampia categoria artigianale, suddivisa su tutto il territorio, che occupa quasi 15.000 persone suddivise
in 400 imprese della lavorazione primaria localizzate principalmente nella fascia alpina e prealpina ed altre 800 che si occupano del prodotto finito e della relativa posa, equamente distribuite in tutte le province, (c’è il detto “un campanile, un marmista”), con una particolare concentrazione nella Brianza dell’arredamento.
Le cave, alcune oramai esaurite ed entrate nella storie dell'umanità, si collocano principalmente nella zona alpina e prealpina, in particolare nella provincia di Brescia dove si estraggono il celebrato Botticino, il Breccia Aurora nei vari tipi Oniciato e Rosato, le Dioriti rosse e nere della Val Camonica, i porfidi rossi, verdi e grigi, la Labradorite, l’Occhialino e il Nero venato di Lozio e di Ossimo.
In quella di Bergamo dove si estraggono i “marmi colorati”, ampiamente impiegati nell’edilizia e nella produzione di granulati; le varie pietre arenarie del lago d’Iseo (Sarnico) e della Valcaleppio (Credaro), il Ceppo di Grè e di Poltragno (Castro), l’Arabescato rosso e grigio dalla Valle Brembana, l’Ambra di S. Martino della valle Seriana, il Nero di Gazzaniga, il Bianco rosato di Zandobbio, il Rosso Orobico, il Rosso Cherio, il Nero venato di Dezzo e di Scalve. Sempre in provincia di Bergamo sono estratti il Porfiroide Grigio e Grigio Scuro, il Marmo della Madonna e la Pietra di Berbenno.
Dalla provincia di Sondrio si estraggono i noti Serpentini verdi della Valmalenco, le Pietre Ollari. i Sarizzi, le Beole, il Ghiandone, la Quarzite Verde dello Spluga, della Valmasino e della Valtellina, i graniti di S. Fedelino, di Dubino e di Samolaco.
Dal Comasco il Nero di Varenna e da Varese le pietre tipiche di Viggiù, di Saltrio, di Cuasso e di Angera.
L’unica pietra che veniva estratta nella provincia di Milano era il Ceppo d’Adda di Trezzo che, insieme al Candoglia ossolano alle pietre di Viggiù e Saltrio, al Ghiandone ed agli altri Ceppi (Brembate, Capriate ecc.) fanno parte della storia delle città lombarde e delle altre Regioni dell'intero arco alpino.
120 imprese formano dal 1996 l’Associazione Marmisti della Regione Lombardia che ha come compito principale quello di promuovere il miglior impiego della pietra naturale.
Le indicazioni su come sceglierle e acquistarle si trovano su: www.assomarmistilombardia.it
Le schede che seguono presentano alcune di queste e i materiali da loro estratti.
Questa cartella raccoglie le prime schede riguardanti le caratteristiche delle pietre naturali delle tradizioni lombarde e dell'intero arco alpino.
Oltre al significato culturale rappresentato da storia e tradizioni, è importante ricordare il triplo valore economico dell’impiego delle pietre locali
come garanzia di un materiale già presente negli stessi luoghi da milioni d’anni e quindi di collaudata resistenza, con un risparmio nei trasporti (il km
“0” anche come valore ecologico) e come fattore occupazionale in aree altrimenti destinate allo spopolamento.
La scelta di un prodotto locale vuole anche dire per le amministrazioni pubbliche mantenere l'economia del territorio in favore di una successiva disponibilità finanziaria per nuove iniziative.

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Da Bricherasio a Barge, passando per Luserna, Rorà, Bibiana e Bagnolo
La Petra di Luserna fa il business
Migliaia di addetti, fatturato per centinaia di milioni di euro - Ma ora, con gli operai, dalla Cina comincia ad arrivare anche la pietra già lavorata - Ed è concorrenza dura da affrontare Da Pinerolo imbocchi la Provinciale per la Val Pellice e quasi subito ti rendi conto che il paesaggio sta cambiando. Non solo quello agricolo, dove i campi di mais lasciano spazio ai frutteti e ai vigneti, ma anche quello industriale.

Prima uno ogni tanto, poi sempre più frequenti, quindi, dopo il Ponte Nuovo di Bibiana, fino a Bagnolo, Barge e alle prime rampe della Colletta di Paesana e con un'infinità di diramazioni laterali, sono i magazzini della pietra a farla da padroni, a caratterizzare il paesaggio. Così come, alzando lo sguardo alla montagna, sono le cave a spiccare tra il verde, come ferite non certo gradite alla vista, ma fondamentali nell'economia della zona.

Certo, nel mondo, Carrara con le sue cave di marmo bianco ha ben altra fama, ma qui non siamo poi molto da meno. Anzi, per certi suoi pregi peculiari e per i prezzi, la Pietra di Luserna batte l'oro bianco di Carrara. Più dura, più resistente alle intemperie, più "calda" con il suo colore grigio striato, in passato unicamente grezza, oggi anche lucidata in vari modi, si adatta agli utilizzi più vari, dalle lose per le coperture dei tetti alle pavimentazioni, dalle cappelle funerarie ai rivestimenti di muri e muretti, dai lastroni per balconi agli scalini, dalle vasche per fontane alle panchine, all'arredo urbano in genere. Continuano a chiamarla "Pietra di Luserna" perché è da Luserna che, nella seconda metà dell'Ottocento, grazie anche alla presenza della ferrovia, questo materiale, allora in casa giudicato povero, cominciò a prendere le vie del mondo. Oggi, almeno a giudicare dalla quantità estratta e lavorata e dal fatturato, sarebbe più esatto chiamarla "Pietra di Bagnolo", perché è in questo Comune (cave di Bricco Volti e Casette) che si estrae circa l'84% dell'intera produzione; seguono Luserna S. Giovanni (cave di Seccarezze, in località Mugniva, le più pregiate per i blocchi da telaio) con un 10%, Rorà (5%) e Villar Pellice (1%).
Dalle cave, una vera e propria flotta di camion porta il materiale estratto nei laboratori di valle o della pianura.

Anche in fatto di magazzini per la lavorazione, la parte del leone spetta a Bagnolo, con il 53% delle aziende; seguono Barge e Luserna (16% a testa), Lusernetta (5%), Bibiana, Cavour, Rorà, Cuneo e Saluzzo con una fettina del 2% ciascuno.

Circa 50 aziende (che rappresentano, però, l'85% del fatturato) fanno capo all'Unione cavatori e autotrasportatori, con sede in Bagnolo. Con il suo aiuto, proviamo a fare un po' di conti (di ufficiali pare non ne esistano): tra addetti alle cave, operai nei laboratori, addetti ai trasporti, alla manutenzione delle macchine, impiegati amministrativi, ecc. non si dovrebbe essere lontani dal vero ipotizzando 3.000-3.500 persone (il 10% della popolazione residente) che vivono grazie alla Pietra di Luserna. Quando, però, si cerca di parlare di fatturato, di ricavi e di prezzi, allora le bocche sono quasi sempre ermeticamente chiuse, ma, prendendo in considerazione i dati sulla quantità di pietra estratta e regolarmente pesata forniti dai vari Comuni e facendo qualche conto basato sui "listini prezzi" carpiti qua e là, si va su cifre di centinaia di milioni di euro…

Un mercato che proprio non conosce crisi, quello della Pietra di Luserna?

«Fino a pochi anni fa, in effetti, era così - puntualizzano all'Unione cavatori -: oggi, invece, qualche nuvola all'orizzonte c'è, ed è rappresentata dalla concorrenza sempre più spietata di una pietra, almeno a prima vista simile alla nostra ma proveniente dalla lontana Cina; nonostante i costi del trasporto, a causa delle paghe bassissime corrisposte a chi la estrae e la lavora, questa pietra va sul mercato a prezzi stracciati. È una concorrenza difficile, specialmente nel campo dei lavori pubblici, dove si bada più al risparmio che alla qualità». B. Falco





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LE PIETRE ORIGINARIE
DELLA BERGAMASCA:
eredità storico culturale e preziosa
georisorsa del territorio bergamasco.


di Grazia Signori (geologo)
ricercatrice del CNR


Per molti secoli, fino all'avvento del cemento nella seconda metà del 1800, la pietra ha fatto parte della crescita e dello sviluppo della città di Bergamo e di molti centri urbani della nostra provincia.

Di conseguenza le pietre sono un elemento caratteristico della città, soprattutto del suo centro storico, e sono armoniosamente integrate nel paesaggio e nel tessuto urbano.
La peculiarità infatti del rapporto pietra-città nel caso di Bergamo è data dalla priorità della funzionalità edilizia sull'effetto estetico: a Bergamo la pietra non si esprime nelle architetture ardite e grandiose dei graniti e marmi esotici, vivaci, lussuosi e imponenti che si possono ammirare in città come Roma e Venezia, ma in un utilizzo più umile, per quanto indispensabile, rispondente ad esigenze strutturali piuttosto che a velleità decorative.
La pietra qui esprime i caratteri modesti e discreti del materiale da costruzione, non è soggetta alle correnti architettoniche ma alle necessità costruttive, fatto che rende ancora più importante il ruolo della tradizione di utilizzo di “certi” materiali locali piuttosto che altri provenienti da aree lontane. La presenza della pietra -evidentissima, nella città che sorge dalla pianura cinta dalle mura venete- affascina con la rustica sobrietà delle superfici lavorate a mano e del colore caldo, che assume tonalità dorate con la luce del sole.
La poesia che segue “Piedras do Bergamo” di Antonio Colinas poeta, scrittore, traduttore e saggista è un esempio di questa accattivante suggestione.


A Bergamo sono tuttora visibili testimonianze dell'uso della pietra già in epoca antica: lungo alcune vie di Città Alta sono conservati (e “riciclati”) alcuni tratti di mura pre-romane - costruite da popolazioni di origini etrusche o liguri? la discussione è ancora aperta, realizzate con una pietra proveniente dai colli della città e molto simile a quella attualmente escavata a Credaro; nella città bassa, è romana la colonna in marmo di Zandobbio prospiciente la basilica di S. Alessandro e da cui la chiesa prende il nome (S. Alessandro in Colonna).

Oltre ai siti di escavazione occasionale, (Astino, Madonna del Bosco, S.Vigilio, Sombreno) le principali cave di arenaria furono due: la cava di Belfante dei Rivoli al Pozzo Bianco, attiva soprattutto in epoca romana e quella di Castagneta, che fornì materiale anche per tutto il rinascimento.

Negli edifici della basilica di Santa Maria Maggiore, della Cappella Colleoni, della Chiesa di Sant'Agostino; nelle mura venete, nel Palazzo della Ragione, nelle casetorri, nelle Muraine e negli edifici di età medievali e rinascimentali si riconoscono le pietre locali, la maggior parte delle quali ormai non più oggetto di escavazione, come il Marmo di Zandobbio, la Volpinite, il Marmo Nero della Val Seriana, il Rosso di Entratico, il Grigio di Nembro, la pietra Simona, l'arenaria di Castagneta, I'arenaria di Sarnico, I'ardesia di Branzi, ecc.
Gran parte delle fontane e delle porte di accesso a Città Alta, edificate tra il XIV ed il XVI secolo, sono in Marmo di Zandobbio e in arenaria di Castagneta, così come molte facciate o decorazioni architettoniche di chiese e palazzi nobiliari.
Dal 1800 in poi, grazie anche all'evoluzione delle tecniche estrattive si inizia ad usare in quantità maggiore le rocce da rivestimento: il marmo di Zandobbio, quello di Ardesio, il Ceppo e l'arenaria di Sarnico.In molti casi sono abbinate a marmi non orobici in prevalenza di pietre provenienti dall'area ticinese e dal Veneto.
Le pietre ticinesi furono introdotte dalle maestranze campionesi operanti nelle fabbriche della città (soprattutto in quella della costruzione della Cappella Colleoni); infatti, poiché la lavorazione delle pietre richiedeva grande esperienza, le pietre utilizzate nei cantieri spesso venivano scelte (o imposte) in base all'abitudine d'uso del capomastro e dei suoi operai.

A Bergamo i marmi veneti vennero utilizzati per influsso della dominazione veneta, quando, pur senza accantonare l'uso delle pietre orobiche, si utilizzavano frequentemente materiali non locali proposti dalle diverse correnti artistiche e dai loro praticanti.

Un'impronta significativa viene poi data nel Ventennio, in occasione del rifacimento dell'area del centro - allora area fiera - poi divenuta il cuore della città bassa: Sentierone, Piazza Dante, Porta Nuova. In parte per lo stile in voga allora (lo stile Piacentini), in parte per la politica autarchica voluta dal Fascismo, si favorisce l'utilizzo dei marmi e delle pietre dei colli e delle valli bergamaschi: gli edifici principali vengono rivestiti con il marmo di Zandobbio, come la facciate della Biblioteca Maj (realizzata negli anni '20 e della Casa Littoria (fine anni '30) o con il Ceppo, pietra orobica già da tempo in uso a Milano. proveniente da numerose cave dislocate in tutta la provincia (Brembate, Capriate, Camerata Cornello, Poltragno e Castro); con i] Ceppo sono state realizzate le facciate di molti palazzi della città bassa come quella del teatro Donizetti, della Banca d'Italia, della sede della Camera di Commercio, nonché il Cimitero Unico.

L'INDUSTRIA ESTRATTIVA NELLA PROVINCIA
DI BERGAMO NEGLI ULTIMI 2 SECOLI

Nel 1858, nelle sue “Notizie statistiche della Provincia di Bergamo in ordine storico”, Gabriele Rosa scriveva: “Dopo i monti veronesi, quelli della Provincia di Bergamo sono i più ricchi del Lombardo Veneto di marmi, pietre, terre, ed altri minerali utili all'industria”.

Nel XIX e XX secolo infatti, fino al secondo dopoguerra, il settore estrattivo era molto importante, e occupava numerosi addetti. I materiali estratti erano numerosi, rispetto a quelli coltivati oggi; fra i principali ancora oggetto di coltivazione nel 1888 il prefetto Lucio Fiorentini segnala: i ceppi di Brembate, di Capriate, di Camerata e S. Pellegrino, di Poltragno, di Val Gandino e di Castro; l'arenaria di Sarnico, I'arenaria di Mapello, i calcari neri di Cene, di Solto, della Valle Imagna, il marmo nero di Orezzo (Gazzaniga), il calcare dolomitico bianco-rosato di Zandobbio, il marmo rosso di Entratico, di Nese e di Val del Giunco, il marmo rosso venato di Ardesio e di Val Parina, l'alabastro zonato di Albino, Fuipiano, e di Lovere, la Volpinite di Costa Volpino, le ardesie di Branzi, le ardesie di Valleve, ecc...
Il fatto che la provincia di Bergamo offrisse una varietà di materiali così abbondante è riconducibile sia al tipo di mercato dell'epoca (prevalentemente a corto raggio), sia all'esistenza di numerose cave di piccole dimensioni, spesso oggetto di coltivazione occasionale, non pianificata, che da un lato portava a sfruttare giacimenti anche esigui, e dall'altro permetteva l'immissione sul mercato di una vasta gamma di prodotti.

Oltre alle rocce ornamentali utilizzate in edilizia, si estraevano materiali finalizzati all'utensileria ed all'industria: le pietre da coti per l'affilatura e le pietre da macina, le pietre e “terre” da cemento (il cui boom risale proprio a questo periodo) e da malta, le argille per laterizi, gres, terraglie o ceramiche, il gesso e la barite.

Anche il comparto dell'estrazione dei metalli era in attività: nell'alta val Seriana, di Scalve e Brembana di estraevano ferro, calamine e blenda (minerali di zinco), fluorite, argento, piombo, ecc.; un forte impulso al settore venne, dal '36 in poi, in seguito alla politica autarchica, per cui ci fu una ripresa dell'attività estrattiva soprattutto di ferro, nonostante già allora il costo fosse decisamente maggiore di quello del metallo importato da altre nazioni.

L'INDUSTRIA ESTRATTIVA
NELLA PROVINCIA DI BERGAMO OGGI
Lo stato del settore italiano

Nelle opere scritte nel XIX secolo (consultabili presso la biblioteca della Camera di Commercio e la Civica Maj) vengono fornite notizie statistiche relative sia al numero di cave attive sia al numero di addetti impiegati in tale attività. Confrontando quei dati con quelli relativi al decennio 1984-1993 (riportati dal piano cave provinciale) risulta evidente che il settore si è notevolmente ridimensionato.
Attualmente infatti, oltre ai bacini di estrazione di rocce ad uso industriale e di sabbia e ghiaia (all'1.1.1994 sono state censite: 20 cave attive in 16 aree estrattive per le rocce per usi industriali; 40 cave attive in 35 aree estrattive per sabbie e ghiaie), i siti di coltivazione di materiali litoidi sono molto ridotti in numero: in alta val Brembana sono attivi 3 bacini estrattivi: quello dell”'Arabescato Orobico”, nel comune di Camerata Cornello, quello del “Porfiroide Grigio” (Ardesia di Branzi) e quello del “Porfiroide Grigio Scuro” (Ardesia di Valleve). Altri bacini in produzione sono quelli del Ceppo di Grè, della Pietra di Credaro e del Ceppo di Poltragno.

Delle pietre Coti le cave sono chiuse ma continua la lavorazione di materiale di magazzino, mentre il celebre Marmo di Zandobbio viene tuttora escavato ma destinato alla produzione di granulati per l'industria ceramica e vetraria.

I motivi della crisi e della forte contrazione del mercato sono molteplici e intervengono su diversi piani: a deficit strutturali a livello locale, si sono aggiunte nel tempo congiunture negative anche a livello nazionale e globale. In ambito globale, l'ampliamento dei mercati ha accresciuto la disponibilità di ingenti volumi di materiale a prezzi molto competitivi, mettendo a nudo il costo insostenibile della manodopera e dell'energia nei paesi “ricchi” e l'antieconomicità dello sfruttamento delle cave e miniere locali rispetto agli enormi giacimenti di altre aree; di conseguenza da diversi anni i cosiddetti paesi “emergenti” (Cina, India, Brasile, ecc) esercitano una fortissima ed incontrastabile concorrenza, dovuta sia all'abbondanza di materiale sia alla manodopera a basso costo, sia, purtroppo, alla scarsa tutela ambientale e della sicurezza sul lavoro.
A ciò va aggiunto l'inesorabile esaurimento dei bacini estrattivi, in Europa ormai sfruttati da secoli; i vincoli idrogeologici ed ambientali; la sostituzione del materiale naturale da parte dei prodotti industriali, estremamente più flessibili, modificabili secondo le necessità, “standardizzabili” e economici, come ad esempio gli abrasivi artificiali che sostituiscono quelli naturali e le ceramiche che imitano i marmi e graniti non solo nelle irregolarità della trama del disegno, ma perfino nei nomi commerciali.

Accanto ai meccanismi di mercato ed alle esigenze di ordine territoriale e paesaggistico, a livello locale si pongono problematiche strutturali rimaste irrisolte da anni: la mancata definizione del piano cave e la carenza di infrastrutture, soprattutto di vie di collegamento più efficaci lamentate già più di 110 anni fa da Lucio Fiorentini e, in seguito, da Antonio Pesenti.

LA NOMENCLATURA COMMERCIALE
DEI MATERIALI LAPIDEI

Il termine “pietre” è un termine generico utilizzato per designare tutte le rocce escavate a fini costruttivi o decorativi, mentre la denominazione “rocce ornamentali” indica le sole pietre lucidabili.

In ambito commerciale i lapidei vengono tradizionalmente classificati secondo una terminologia poco affine a quella petrografica (che tenga cioè conto della composizione chimico-mineralogica e microstrutturale del materiale); la norma UNI 8458 infatti distingue in quattro categorie in base alla durezza secondo la scala di Mohs (classificazione empirica che esprime la resistenza alla scalfittura; consta di dieci termini, dal più tenero al più resistente - talco, gesso, calcite, fluorite, apatite, ortoclasio, quarzo, topazio, corindone, diamante) o al tipo di lavorazione che richiedono:
1. GRANITI: rocce cristalline, con cristalli evidenti, compatte, lucidabili, da decorazione e da costruzione, prevalentemente costituite da minerali di durezza Mohs dell'ordine di 6 a 7 (quali quarzo, feldspati, feldspatoidi)
2. MARMI: rocce cristalline, compatte, lucidabili, da decorazione e da costruzione, prevalentemente costituite da minerali di durezza Mohs dell'ordine di 3 a 4 (quali calcite, dolomite, serpentino)
3.TRAVERTINI: rocce calcaree sedimentarie di deposito chimico con caratteristica struttura vacuolare, da decorazione e da costruzione; alcune varietà sono lucidabili
4. PIETRE: rocce da costruzione e/o da decorazione, di norma non lucidabili
In ciascuna categoria sono riuniti materiali molto diversi non solo per caratteristiche estetiche, reperibilità, prezzo e lavorabilità, ma anche per proprietà fisico-meccaniche. (vale a dire proprietà meccaniche imprescindibili dall'impiego della roccia in generale e proprietà che influenzano sia la lavorazione sia l'utilizzo specifico del prodotto finito nei vari contesti edilizi e architettonici). Consapevole delle ambiguità di una nomenclatura così generica, il CEN (Comitato Europeo di Normalizzazione) ha redatto una nuova norma europea, la EN 12440, pubblicata nel 2001 ed attualmente in fase di recepimento come norma UNI. Secondo la EN 12440 i criteri per la denominazione delle pietre naturali sono: il nome tradizionale della pietra naturale; la sua “famiglia petrologica”, ovvero il suo nome scientifico determinato dall'analisi petrografica (eseguita secondo norme EN 12407 e prEN 12670); il suo colore tipico e le naturali variazioni, la zona d'origine, indicata con la massima precisione, possibilmente anche con la cava di provenienza; ed altre informazioni, come la tecnica di lavorazione e le caratteristiche naturali del materiale, quali la presenza di vene o inclusioni, fratture, strutture, ecc.


IL MARCHIO D'ORIGINE
DELLE PIETRE DELLA BERGAMASCA:
SIGNIFICATO E FINALITÀ

I comprensori orobici, pur fornendo un materiale pregiato, con caratteristiche estetiche e di utilizzo molto pregevoli, hanno. rispetto ad altri comprensori italiani (Apuane, Val d'Ossola) o addirittura mondiali (Brasile, India, Cina, ecc.), estensioni decisamente limitate, proprio a causa dell'eccezionale origine geologica dei materiali. Questo fatto induce la necessità di valorizzare al meglio un prodotto che non va svenduto né sottovalutato, ma salvaguardato.La definizione di un marchio di origine nasce da questa necessità ed è finalizzata proprio alla tutela e valorizzazione di un prodotto locale estremamente valido e concorrenziale sul mercato, ma soprattutto, dati i suoi utilizzi tipici, patrimonio della tradizione culturale e etnica della nostra provincia.

La limitata quantità deve scoraggiare dalla svendita ed anzi essere presupposto per avviare produzioni d'èlite: per materiali così esclusivi, è più conveniente puntare su produzioni limitate ma di qualità e senza sprechi, ottimizzando al massimo la resa della risorsa, promuovendo gli investimenti volti ad incrementare il rapporto tra il materiale utile e quello di scarto ed evitando un eccesso di offerta, che svaluterebbe il pregio di un materiale raro e destinato ad esaurirsi. Il sottosuolo ed il territorio sono risorse non rinnovabili e beni dell'intera collettività, ragione per cui si rende prioritaria l'esigenza di inquadrare correttamente la gestione e la valorizzazione di queste risorse naturali, in un'ottica che deve ispirarsi al concetto di sviluppo sostenibile. Non bisogna infatti dimenticare che il contributo produttivo ed economico di queste attività è fondamentale per l'economia locale di alcune aree, soprattutto delle piccole comunità delle vallate alpine in cui nasce la produzione di pietre ornamentali. Nei contesti montani il ruolo dell'attività estrattiva è particolarmente importante perché si tratta di un'attività difficilmente sostituibile da altre attività economiche: senza di essa molte zone si troverebbero in condizioni di economia depressa, e sarebbero destinate ad un rapido, inesorabile abbandono.

Nel caso dell'alta Val Brembana, questo fatto risulta evidente confrontando i due rami della valle oltre Lenna: il ramo di Mezzoldo, che non può contare su attività alternative al turismo e alla pastorizia, si sta rapidamente spopolando, mentre nel ramo di Carona, I'estrazione delle ardesie di Branzi e di Valleve costituisce una valida offerta di attività stagionale compatibile con quella, pure stagionale, offerta dal turismo invernale. L'UNIONCAMERE e la CCIAA di Bergamo, in collaborazione con Servitec e il CNR-IDPA (Sezione di Milano), ha promosso e sostenuto la definizione del marchio Pietre Originali della Bergamasca per le pietre escavate nell'ambito della provincia di Bergamo: I'Arabescato Orobico, le Ardesie della Val Brembana (Porfiroide Grigio di Branzi e Porfiroide Grigio Scuro di Valleve), il Ceppo di Grè, la Pietra di Credaro, le Pietre Coti.


CHE COSA E' IL MARCHIO DI ORIGINE
PER LE PIETRE DELLA PROVINCIA DI BERGAMO:
PIETRE ORIGINALI DELLA BERGAMASCA
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Il marchio di origine delle pietre orobiche garantisce la provenienza geografica dei materiali ad uso ornamentale estratti in provincia di Bergamo.

Si tratta di uno strumento finalizzato alla valorizzazione ed alla tutela del prodotto “nostrano” dalla concorrenziale presenza sul mercato pietre di provenienza estera e di limitata o sconosciuta tradizione. Il marchio è stato redatto in modo da fornire un agile riferimento agli addetti ai lavori relativamente ad origine e qualità del materiale.
Il disciplinare del marchio è strutturato in sei articoli, mediante i quali vengono fornite sia informazioni geologiche, che indicano l'unicità del materiale da un punto di vista genetico e ambientale, sia informazioni tecniche, che mostrano le proprietà e l'applicabilità del materiale nei vari contesti edilizi

Sul documento del marchio sono quindi segnalati:
la formazione geologica di appartenenza
i bacini di estrazione distribuzione
la geografica degli affioramenti
la composizione chimica
la composizione e caratteristiche petrografiche
le proprietà meccaniche (valori ottenuti da prove meccaniche eseguite secondo la normativa vigente) -
le informazioni relative alla variazione naturale del prodotto
le varietà e formati disponibili in commercio







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